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Museo Casartelli, il museo delle scienze a cura di Alberto Longatti e di Giancarlo Sioli

L’idea di istituire un museo circolante delle scienze venne al presidente/fondatore dell’istituto Carducci nel 1917, sull’esempio dell’organizzazione scolastica svizzera che otteneva notevoli risultati noleggiando materiale ausiliario d’istruzione a varie scolaresche. Decise così di commissionare ad una industria specializzata parigina una completa apparecchiatura modellistica e visuale in miniatura per l’insegnamento di tutte le materie scientifiche previste dai programmi di scuole medie e istituti tecnici, comprendente sette scomparti (fisica e chimica, elettrotecnica, storia naturale, igiene, filatelia, numismatica, tecnologia e merceologia).

Tale corredo didattico, utilizzabile dagli insegnanti per rendere più efficaci le loro lezioni, venne collocato in appositi contenitori per renderne agevole il trasporto e quindi metterli a disposizione di quanti ne avessero bisogno.

Quindi Enrico Musa provvide ad adattare ad aula di studio un’ampia sala nella nuova ala dell’edificio, realizzata nel 1920, arredandola con ampi armadi ad ante vetrate e capaci cassettiere, prodotti su misura da falegnami brianzoli e intitolò la sala, secondo il costume dell’istituto, alla memoria di Guido Casartelli, già vicepresidente del Carducci. Per rendere più gradevole l’aspetto del locale incaricò poi un valente pittore, il maestro d’arte della scuola del Carducci Achille Zambelli (Vigevano 1876-Gravedona 1963), di affrescare pareti e soffitto con immagini che riproducessero le caratteristiche formali della collezione didattica. Zambelli, coadiuvato da quattro decoratori, s’ispirò alla natura, animali e piante, per rappresentare un mondo nel quale la realtà appare come una fiaba, dai colori vivacissimi.

La composizione prevedeva anche alcuni medaglioni con ritratti di personaggi della cultura comasca, ma fu un importante evento svoltosi dal 12 al 17 settembre 1927 a modificarne la destinazione: il convegno internazionale dei Fisici in occasione dell’Anno Voltiano. A quell’incontro parteciparono ben dodici Premi Nobel, fra cui Guglielmo Marconi ed Hermann Bohr. Per ricordare l’eccezionale avvenimento, i loro nomi vennero inscritti nei medaglioni con tutti quelli dei partecipanti al convegno.

Il prestito del materiale didattico a diverse scuole del territorio lariano divenne attivo a partire dal 1923; numerose lezioni ebbero luogo nella stessa sala Casartelli e in un’attigua saletta adibita a laboratorio dotato di mezzi audiovisivi.

Negli anni del secondo dopoguerra venne affidato temporaneamente all’Istituto Magistrale, che aveva occupato l’ala sud del Carducci, poi rimase in sede, sempre conservato negli armadi originari, e adibito ad esclusivo uso museale.

 

FOTO MUSEO CASARTELLI- Foto per gentile concessione del fotografo Carlo Pozzoni.

 

Restauro dei dipinti murali a cura di Clemente Tajana

L’intervento di restauro conservativo dei dipinti murali del pittore Achille Zambelli è stato eseguito dall’Accademia di Belle Arti “Aldo Galli” di Como nel primo decennio di questo secolo a seguito delle infiltrazioni di acqua dal tetto, che hanno provocato molte efflorescenze saline ed un diffuso sollevamento dello strato pittorico. Il degrado interessava la “pergamena” del soffitto, le decorazioni floreali e le decorazioni animali eseguite a secco con tempera all’uovo e quindi fissate con colla animale. Anche le borchie in legno dipinto, a simulare pietre preziose, e i filari tinteggiati con porporina di stagno, a simulare perle d’argento, si erano alterati. La fase diagnostica ha compreso la difrattometria ai raggi X e le analisi per colometria. È stata quindi eseguita la completa pulitura a secco perché la colla animale non può essere trattata con l’acqua. Si è quindi proceduto a far riaderire le numerose esfoliazioni con iniezioni capillari di caseinato d’ammonio e successiva estrazione dei sali solubili. Infine la reintegrazione dei dipinti murali ha seguito metodi analoghi a quelli originali, con ritocco pittorico ad acquerello.

 

 

 

 

 

 

Il Museo Casartelli, oggi a cura di Livia Porta

L’Associazione Carducci vuole far conoscere questo prezioso bene della Città, che per anni è stato dimenticato, anche dopo il restauro dell’Accademia Galli ed il recupero e la catalogazione del suo contenuto ad opera di alcune classi della Stecca. Come? Attraverso una comunicazione la più ampia possibile, che coinvolga anche le scuole, attraverso visite guidate gratuite, su prenotazione. La bellezza dello spazio, la suggestione delle decorazioni murarie e degli oggetti scientifico-naturalistici che gli ampi armadi ospitano, sono in grado di affascinare i visitatori, anche i più giovani.

 

 

 

 

 

Il Carducci compie 100 anni

Si celebra il 18 settembre 2010 il secolo di vita dell’Istituto Carducci, nato nel 1910 per offrire ai comaschi nuove opportunità di crescita culturale. Fitto il programma delle iniziative, riassunte, con la storia della fondazione, in due pagine speciali sul nostro quotidiano di oggi.

 

Alberto Longatti scrive…

Aveva ragione il sottosegretario alla pubblica istruzione on. Antonio Teso, all’inaugurazione dell’istituto Carducci il 20 settembre 1910, a rilevare che «il fausto avvenimento è stato possibile soltanto in questa regione operosa e industre, abituata a chiedere tutto alle proprie energie e nulla al Governo». Tanto vero che Enrico Musa, ingegnere industriale e imprenditore tessile, per raccogliere i fondi necessari all’impresa, non aveva chiesto sovvenzioni, ma si era rivolto a comaschi che già avevano apprezzato l’attività della Pro Coltura Popolare, costituita nell’agosto 1903. Questa associazione si era assunto il compito di sviluppare «l’educazione morale e intellettuale della classe lavoratrice» organizzando corsi di studio «divisi secondo le varie tendenze, i gusti, le necessità degli allievi». Iniziative simili c’erano già a Pavia, Padova, Cremona e altre città per ridurre l’alto tasso di analfabetismo. Spicca, nel manifesto di fondazione, l’imperativo etico rivolto proprio al ceto operaio perché preferisse «la scuola alla taverna, il libro geniale al gioco della morra, la discussione pacata alla diatriba nella bettola, il ragionamento all’invettiva». Negli anni della sua opera educativa la Pro Coltura dovette andare raminga in sedi diverse e spesso non idonee, offerte da enti che ne apprezzavano le finalità, quali la Camera del Lavoro, il Circolo Artistico, le Società di Mutuo Soccorso e così via. Con l’andar del tempo, la necessità di trovare un luogo attrezzato indusse il Musa, con il valido appoggio dell’avvocato tornasco Guido Casartelli, segretario della Camera di Commercio, a radunare un gruppo di soci fondatori per costruire un palazzo che ospitasse numerose aule di studio e una sala per conferenze, proiezioni, concerti. I pionieri furono 74: fra di loro, un uomo politico autorevole come Paolo Carcano, facoltosi industriali, valorosi professionisti quali l’arch. Frigerio, il dott. Tomaso Porta, l’avv. Rebuschini, il tipografo Aristide Bari, il direttore del quotidiano La Provincia Massuero, il nobiluomo Carlo Bellasi, l’ingegner Perti, l’ing. Negretti, futuro podestà, lo scultore Pietro Clerici, già docente di scultura, e altri.

Nel 1908 venne varato l’istituto Carducci, qualificandolo ente morale con regio decreto. Il Comune cedette un terreno vicino al lago e il giovane architetto milanese Cesare Mazzocchi, cugino del Musa, venne incaricato di progettare il palazzo in stile tardo liberty su un’area triangolare. Fecero in fretta. Il 14 dicembre 1909 venne posata la prima pietra, il 2 luglio 1910 si arrivò alla copertura, il 20 settembre era pronto l’edificio già arredato con mobili realizzati da ditte artigiane e il materiale didattico in uso dalla Pro Coltura, fra cui quattromila libri per la biblioteca. Otto mesi di lavoro, soltanto, per un palazzo dotato di «una modernità ben sentita nelle linee generali e nei dettagli, dalla quale ben traspare però la legge dell’arte nostra tradizionale che è grandezza e semplicità di scomparti», secondo il giudizio dell’arch. Frigerio, di solito era parco di lodi.
Tutto era in linea per riavviare una macchina culturale tesserando soci (dopo tre anni erano già oltre 4000) e reclutando allievi per i corsi, perché «il popolo comasco possa trovare qui luce di pensiero e libertà di coscienza», come disse con appassionato slancio l’ing. Musa nel discorso inaugurale. Ad accogliere festosamente i primi visitatori, c’erano mostre d’arte, un’esposizione di bambole confezionate da adolescenti, un grande banchetto, un’alata conferenza del professor Giuseppe Albini, docente nella stessa università bolognese dove giganteggiò Giosue Carducci, il “poeta della Terza Italia” non a caso nume tutelare dell’istituto. Proposte di alto livello culturale, fruibili solo gradualmente da quanti accorsero al fausto evento, in una mattinata autunnale illuminata da un tepido sole. Erano troppi per trovar posto insieme, una folla enorme in corteo, con i 175 labari di associazioni d’ogni tipo che sventolavano sopra un mare di “magiostrine”, il copricapo di paglia maschile diffusissimo nei mesi caldi. Una folla dove quelli del popolino, che doveva «preferire la scuola alla taverna» non erano molti; sarebbero venuti dopo. Al tripudio inaugurale erano i ceti medi a dominare, la laica borghesia illuminata che aveva contribuito ad elevare questo tempio del sapere per tutti, ed anche i dirigenti politici delle tendenze progressiste, radical-democratiche, i postrisorgimentali che ancora credevano nell’aureo motto di D’Azeglio, «fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani». La Grande Guerra avrebbe spazzato via molti sogni. Ma il Carducci ha resistito. È rimasto. E c’è ancora.

 

 

www.laprovinciadicomo.it/stories/cultura-e-spettacoli/154654_1910-2010_il_carducci_compie_centanni/

 

 

 

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